L'arte di Klara Tamas: La trilogia dantesca in arazzi
Il poema dantesco si regge su fondamenta cristologiche per cui parola e carne sono inscindibilmente una. Il pellegrino, al pari di Cristo, deve morire e risorgere durante il suo viaggio dagli Inferi alla gloria del Paradiso. Il passaggio attraverso le tre cantiche dantesche e' pervaso da meditazioni sul corpo e sulla sua corruttibilita', dalla genesi alla morte ed all'eventuale risurrezione della carne umana. La sfida del poeta consiste nella ricerca di un linguaggio atto a rappresentare tale metamorfosi; indi l'esordio solenne del Purgatorio: "e qui conven che la morta poesi' resurga." La morta poesia dell'Inferno e' quella della reificazione, di una poetica incapace di trascendere le cose.
La sensibilita' artistica di Klara Tamas percepisce nell'opera dantesca la rilevanza della tematica della carne mortale, indi la figura centrale dell'arazzo Inferno: i resti disfatti della famelica lupa dantesca, qui dai denti corrosi, avvolta in un'aria lucreziana di decomposizione. La tetraggine infernale e l'inesorabile mancanza di grazia negli Inferi sono rinsaldate dalle parole testuali del proemio della Commedia, collocate a pie' dell'arazzo: "La' dove 'l sol tace."
Al pari dell'arazzo Inferno, il Purgatorio s'impernia sulla tematica della corruttibilita' degli esseri mortali. Ma qui la figura dominante e' una vecchia dal lieto volto che accarezza affettuosamente un gatto. La donna, la cui mortalita' e' chiaramente sottolineata dalle rughe profonde che le striano il volto, e' una figura che rieccheggia la Sibilla Cumana michelangiolesca in quanto lascia trasparire una segreta e giovanile bellezza ormai svanita. Quindi essa rappresenta, a mio avviso, un emblema del flusso temporale che e' appropriatamente uno dei temi predominanti del Purgatorio in quanto il passaggio del tempo e' collegato all'espiazione dei peccati. Benche' sia un'icona della mortalita' umana, la donna non e' figura che ispira angoscia, ma il suo sguardo sembra mirare al glorioso giorno nella Valle di Iosefat, dove, ci ricorda il Poeta, anima e corpo saranno uniti in eterno.
L'ultima figura della trilogia della Tamas emerge dalla rosa celeste paradisiaca. E' una donna nuda, il cui corpo e' dipinto con delicate sfumature. Ai suoi piedi si scopre una figura alata dagli occhi socchiusi, colta in uno stato di reverie. La scena, nella quale si avvertono chiari echi neoplatonici - dalle ali del reveur, al corpo idealizzato della figura femminile, dipinto come immagine sfumata di un mondo perfetto, i cui occhi emergono stilnovisticamente trionfanti dalla rosa celeste in una pioggia di luce divina - rappresenta l'ascesa, ovvero il volo dell'amante verso l'estasi amorosa, l'ultimo stadio dell'ascesa platonica raggiunta attraverso il rapporto sublimato con la donna amata.
La tematica della carne, come quella della parola spesso viene rappresentata nel terzo regno dantesco tramite la distorsione e il disfacimento. Nel Paradiso dantesco, il linguaggio del Poeta si sforza di esprimere l'ineffabile e quindi trascende i propri limiti, inventando neologismi, cosi' nel linguaggio pittorico della Tamas si scorge un tentativo di andare oltre la tecnica narrativa, facendo violenza alla sua materia, scindendo corpo e viso alla donna paradisiaca.
E' evidente che Klara Tamas ha interiorizzato il viaggio dantesco
e che per lei ogni arazzo rappresenta una tappa del proprio cammino esistenziale.
L'iter dell'artista al pari di quello di Dante potrebbe dar luogo a diverse
interpretazioni psicologiche. La tentazione di vedere per esempio nella
lupa famelica un'immagine della corruzione e della cupidigia di certe classi
politiche del paese d'origine da cui la Tamas dovette scappare e' seducente.
Ma una puntuale analisi del genere potrebbe essere cosparsa di trabocchetti
e potrebbe essere una riduzione del messaggio polivalente recepibile nell'opera
della Tamas. Infatti le fibre dei suoi arazzi paroleggiano in un coro di
mille tonalita'. Tocca a chi guarda di ascoltare e capire.